SCARABOCCHI D'ARTE

Forse il vero artista è colui che guarda ogni singolo momento in modo diverso da come realmente ci si aspetti, forse il vero artista è un'ombra, un sorriso, uno sguardo...è colui che non vedi, ma che senti...

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venerdì, 10 aprile 2009

Soap

Ci sono spettacoli che raccontano. Altri che si limitano ad evocare. Altri infine che non dicono nulla.
La commedia della Rosati Hansen nel tentativo di rientrare in una di queste categorie, finisce per cucinare un fritto misto dal sapore indefinito.

La prima parte della pièce è un interminabile sequenza di sospiri e commenti di due “casalinghe disperate” che davanti alla televisione ammirano le peripezie amorose del bel protagonista di una soap opera.
Jean, in arte Armando, diviene l’unica ragione di vita delle due coinquiline che aspettano la puntata quotidiana per assistere al fatidico bacio tra i protagonisti della telenovela che puntualmente non arriva mai.
Lo spettacolo è incentrato sulle palpitazioni e i battibecchi delle interpreti che tra una puntata e l’altra ci proiettano in un mondo non troppo distante da quello televisivo, fatto di sogni ed incertezze.
Tutto sembra cambiare con il materializzarsi sulla scena dell’eroe della soap che spezza la follia televisiva in cui vivono riportandole ad una realtà drammaticamente normale.

Il soggetto della commedia non appare di grande originalità, e viene altresì appesantito da un ritmo lento che sembra vivacizzarsi solo con l’entrata in scena dell’idolo della telenovela che con tono dimesso rispetto alle pimpanti protagoniste, dà allo spettacolo una chiave più intima e realistica.
Il vero neo dello spettacolo è forse la prevedibilità, che il regista cerca di mascherare attraverso proiezioni video (che il più delle volte distraggono) e trovate comiche che divertono solo quando colgono lo spettatore di sorpresa.
Molto brave in questo le due protagoniste che, grazie anche all'aiuto di dialetti DOC, sopperiscono ad un testo che non offre loro grandi spunti interpretativi.

Si comprende che la commedia abbia quale obiettivo il mero intrattenimento, ma  non si può non considerare che il teatro rispetto alla televisione,non si contenti di un gruppo di persone spiate in casa per rendere lo spettatore sereno e soddisfatto

Pubblicato su www.teatroteatro.it

postato da: lisarecchia alle ore 21:44 | link | commenti
categorie: recensioni, teatro
giovedì, 19 marzo 2009

Il sogno di una vita

Ci eravamo lasciati 2 anni fa (anni temporali non teatrali!) nella stanza di un orfanotrofio rimasta vuota perché i suoi abitanti, ormai maggiorenni, se ne erano separati per tuffarsi finalmente nel mare della vita.
Tra onde e maree, ritroviamo nuovamente i quattro bambini, ormai divenuti adulti, in una camera che non è più il nido accogliente dell’infanzia ma il luogo di partenze irreversibili.
Al centro del palcoscenico un letto,una volta culla di ninna nanne e sogni ed oggi crocevia di dolore e disperazione per una vita che va spegnendosi lentamente tra una dose di morfina e le note di una canzone ormai andata.
Il giaciglio diviene il perno attorno a cui si snodano i pensieri e gli stati d’animo dei quattro personaggi, forti delle loro convinzioni personali, ma ancora deboli per affrontare le ombre della morte.
La luce si intravede solo nei ricordi, che proiettano gli interpreti nei tempi spensierati in cui si pensava solo a giocare e a lottare sulle tracce delle “sette stelle di Okuto”. Tempi in cui la morte ti sfiora appena e come una nube passa velocemente lasciando sotto di sé solo qualche goccia rada .

Alessandro Prete prosegue nel cammino già intrapreso con il lavoro precedente sfidando apertamente e con grande coraggio il tema della malattia e della morte di cui sperimenta in prima persona gli effetti emotivi. Il regista che è anche autore ed attore protagonista della vicenda, è infatti colui che porta sulla scena la sofferenza fisica e psicologica di una persona sulla soglia del trapasso. La sua interpretazione risulta intensa per la gran parte dello spettacolo e coinvolge lo spettatore portandolo a picchi di commozione reale.
Menzione anche per Josaphat Vagni che con battute e gag ben portate, stempera la tensione in momenti in cui la pièce rischierebbe di cadere nel nichilismo più feroce.

Bravo dunque Prete a costruire un testo in cui si lascia spazio alle emozioni e ai momenti di ilarità creando un spettacolo equilibrato, in cui la commistione di lacrime e risate non è mai finalizzata ad una mera descrizione di fatti ma cerca di travolgere lo spettatore in un loop di sensazioni vorticose.

In tempi in cui si parla di eutanasia e di testamento biologico il sogno di una vita è vedere rispettati la dignità e i diritti dei malati. E Prete ci dà una mano nell’affermarli dimostrandoci che la morte non è poi così buia se accompagnata da una musica dolce e dalle persone care.

Pubblicato su www.teatroteatro.it

postato da: lisarecchia alle ore 10:57 | link | commenti (2)
categorie:
giovedì, 05 marzo 2009

Il fantasma di Canterville

Il fantasma di Canterville è un  opera, come molte scritte da Oscar Wilde, che resiste al passare dei secoli (fu scritta nel lontano 1887) mantenendo quei caratteri originari che non sono mai “demodé” nell’epoca in cui vengono rappresentati.

 

Il testo, pur nascendo come opera in prosa, si presta bene alle rappresentazioni cinematografiche e teatrali grazie agli  intrighi e ai misteri che lo caratterizzano e  che sono fonte di fascino per autori e registi pronti a coglierne a volte l’aspetto fiabesco, altre quel carattere civilistico, ravvisato nello scontro fra culture (quella inglese e quella americana) e nella critica dissimulata, nei confronti della società.

 

La versione della regista Biancofiore non stravolge l’identità del testo e rimane fedele ad una messa in scena classica in cui fanno da padrone la recitazione declamata e le movenze buffe.

L’unica vera particolarità, a parte i costumi originalissimi in plastica colorata, è la musica che accompagna gli interpreti nel corso dell’intera vicenda. Gli attori si cimentano, con ottimi risultati, in canzonette e stacchetti che rendono la commedia, qualora ce ne fosse bisogno, ancora più leggera e scanzonata.

 

La pièce scorre velocemente grazie ad un ritmo sostenuto e a trovate comiche che sorprendono piacevolmente lo spettatore, ma pecca spesso nel rifugiarsi negli stereotipi lasciando un po’ delusi circa la possibilità di vedere una trasposizione nuova di un lavoro ormai conosciuto nei suoi tratti essenziali.

Il fantasma, come nell’immaginario infantile, è dunque ululante e avvolto in un sudario bianco, la cameriera inglese rientra nei canoni della bacchettona perbenista, e l’allegra famigliola americana si fa portavoce di quel progressismo tipico del popolo made in USA.

 

Nulla di male in tutto ciò se non fosse che chi va a teatro ha delle aspettative generalmente un po’ più alte dello spettatore del cinema che sovente si accontenta di belle immagini e di una colonna sonora accattivante per affermare che il film valeva il prezzo del biglietto.

Pubblicato su:  www.teatroteatro.it

postato da: lisarecchia alle ore 12:44 | link | commenti
categorie: wilde
giovedì, 29 gennaio 2009

Secondo me

Il “Secondo me” di La Ginestra è una riflessione profonda sulla vita attraverso il racconto di un uomo semplice, un falegname, che è espressione dell’umanità intera ma anche ricordo del padre divino da cui ebbe origine il sacramento della famiglia.

 

Il protagonista, Sergio (interpretato con intensità da Michele La Ginestra), intaglia ogni giorno un pezzo della sua esistenza creando forme diverse, a volte armoniose altre instabili, pronte a frantumarsi al cospetto delle numerose “prove” a cui è sottoposto. Ciò che rimarrà, dopo sofferenze e perdite drammatiche, sarà un nuovo legno vergine da plasmare secondo la propria personale verità.

 

L’impianto drammaturgico di La Ginestra è ben costruito e supportato da una regia efficace che lascia spazio agli interpreti (tutti di ottimo livello) di portare sulla scena la propria esperienza di vita e di morte che è singolare ed affascinante perché specifica di ciascuno stadio dell’esistenza.

 

Le coreografie e le movenze della Bonuglia introducono l’unica presenza femminile sulla scena che prende corpo gradualmente per poi tornare nell’etere dal quale era apparsa lasciando dietro di sé un grido di disperazione e di solitudine.

L’uomo senza la donna/madre torna di nuovo bambino nel tentativo vano di cercare spiegazioni alle incogruenze della vita, ed è solo la vecchiaia a regalargli il conforto della pace.

 

Lo spettacolo di La Ginestra è un bel viaggio nel cammino tortuoso della vita ed è prezioso in quanto esplora meandri che spesso non vengono varcati per paura di ciò che è inspiegabile dalla ragione umana.

L’atto di fede sta dunque nell’abbandonarsi ad occhi bendati ad una verità che non è totalmente dispiegata ma che necessita di una dose di sensibilità in più per essere intravista.

Pubblicato su www.teatroteatro.it

postato da: lisarecchia alle ore 00:00 | link | commenti
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Secondo me

Il “Secondo me” di La Ginestra è una riflessione profonda sulla vita attraverso il racconto di un uomo semplice, un falegname, che è espressione dell’umanità intera ma anche ricordo del padre divino da cui ebbe origine il sacramento della famiglia.

 

Il protagonista, Sergio (interpretato con intensità da Michele La Ginestra), intaglia ogni giorno un pezzo della sua esistenza creando forme diverse, a volte armoniose altre instabili, pronte a frantumarsi al cospetto delle numerose “prove” a cui è sottoposto. Ciò che rimarrà, dopo sofferenze e perdite drammatiche, sarà un nuovo legno vergine da plasmare secondo la propria personale verità.

 

L’impianto drammaturgico di La Ginestra è ben costruito e supportato da una regia efficace che lascia spazio agli interpreti (tutti di ottimo livello) di portare sulla scena la propria esperienza di vita e di morte che è singolare ed affascinante perché specifica di ciascuno stadio dell’esistenza.

 

Le coreografie e le movenze della Bonuglia introducono l’unica presenza femminile sulla scena che prende corpo gradualmente per poi tornare nell’etere dal quale era apparsa lasciando dietro di sé un grido di disperazione e di solitudine.

L’uomo senza la donna/madre torna di nuovo bambino nel tentativo vano di cercare spiegazioni alle incogruenze della vita, ed è solo la vecchiaia a regalargli il conforto della pace.

 

Lo spettacolo di La Ginestra è un bel viaggio nel cammino tortuoso della vita ed è prezioso in quanto esplora meandri che spesso non vengono varcati per paura di ciò che è inspiegabile dalla ragione umana.

L’atto di fede sta dunque nell’abbandonarsi ad occhi bendati ad una verità che non è totalmente dispiegata ma che necessita di una dose di sensibilità in più per essere intravista

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